Aristotele scrisse che «tre requisiti devono avere quelli che si apprestano a coprire le magistrature supreme », requisiti che corrispondono oggi al capo dello Stato, ai legislatori, ai governanti e ai magistrati. Il primo – disse – è «il rispetto della Costituzione in vigore, poi estrema capacità nei doveri della carica, terzo avere virtú e giustizia» (Aristotele, La Politica, Bari, Laterza, 2000, p. 177).
Guardando all’Italia, dobbiamo riconoscere che questi requisiti mancano a gran parte dei politici investiti di cariche pubbliche in parlamento e al governo, molti essendo quelli che non rispettano la Costituzione vigente, violandola con leggi incostituzionali come quelle che prevedono un trattamento sanzionatorio preferenziale o addirittura l’impunità per coloro che rivestono cariche pubbliche, leggi che tendono a ridurre il potere di repressione dei crimini piú pericolosi come quelli contro la Pubblica amministrazione. Molti parlamentari e uomini di governo sono privi delle conoscenze essenziali che ciascun politico dovrebbe avere in materia di Costituzione e di trattati internazionali; carenti sono infine i requisiti della virtú e della giustizia in molti parlamentari e persino in molti governanti che si abbandonano a comportamenti immorali e diseducativi, essi che dovrebbero essere di esempio di virtú civiche e morali per tutti i cittadini.
Le riforme annunciate
«Il Corsera» del 22 giugno 2009, all’indomani dei ballottaggi, ha rilanciato il tema delle riforme costituzionali volute dal governo da realizzare al piú presto. Obiettivi principali sono il senato federale e il rafforzamento dei poteri del premier. Su queste riforme sembrano d’accordo Pdl, Pd e Lega. Il Pd non ha tratto alcun insegnamento dalla infausta riforma del titolo V della Costituzione del 2001, voluta dalle commissioni bicamerali di Ciriaco De Mita e Massimo D’Alema, per ragioni elettoralistiche: erano legate alla volontà di creare, attraverso le Regioni, con una pletora di eletti, nuovi centri di potere e di controllo delle risorse pubbliche derivanti dai fondi europei e nazionali.
La nostra Costituzione, varata da spiriti eletti come Aldo Moro, Piero Calamandrei, Giuseppe Dossetti e Palmiro Togliatti, è finita, cosí, nelle mani di ignoranti e avventurieri, e rischia di subire un colpo mortale con la annunciata riforma federale che accentua la disgregazione derivata dalla riforma del titolo V. Disse Aldo Moro – è bene ricordarlo –: «La Costituzione contiene nella sua struttura un pericolo abbastanza grave: che individui o gruppi, avversando in tutto o in parte le norme essenzialmente politiche della seconda parte, siano indotti ad avversare tutta la Costituzione in blocco, compresi quei principi di altra natura che vi sono inseriti».
Il pericolo si profila oggi proprio nei termini in cui lo paventò Moro. Perché la riforma federalista – dei guasti del premierato abbiamo detto piú volte – non solo modifica l’organizzazione politica dello Stato, ma viola i principi di solidarietà (art. 2), unità, indivisibilità (art. 5), che sono immodificabili.
Il federalismo secondo Ciampi
Carlo Azeglio Ciampi condivide l’idea federalista come fattore di sviluppo, affermando che ogni apparente cessione di sovranità si rivela, in realtà, come conquista di una maggiore, piú vera e piú forte sovranità comune (Padova, 19 marzo 2002). Ma ritiene che il federalismo accettabile sia solo il federalismo solidale, che non provoca spaccature nel tessuto connettivo della società italiana (Sondrio, 1 luglio 2003). Come avverrebbe con le gabbie salariali, proposte dalla Lega, con la divisione tra i lavoratori.
Ciampi riconosce che la nascita delle Regioni fu un passo avanti ma anche una delusione perché non diede vita al rinnovamento delle amministrazioni locali. «Con il federalismo dovrà crescere la capacità dei governi locali di lavorare insieme, oltre che con i governi nazionale ed europeo, ponendo attenzione a evitare costosi doppioni». E invece si è verificata con le Regioni una «proliferazione burocratica, dispendiosa e dannosa per lo sviluppo di ogni regione». E, io aggiungo, una crescita della corruzione e del crimine organizzato, che si sono impossessati di gran parte delle risorse destinate ad alcune regioni come, per esempio alla Regione campana. Basti ricordare la confessione ai PM di Napoli di Gaetano Vassallo. Vassallo disse: «Per venti anni ho contaminato il suolo, il cibo, le acque e l’aria della Campania, complici, sindaci, politici, boss e contadini, ciascuno interessato ad arricchirsi sulla pelle dei cittadini». Nell’articolo di Gianluca De Feo ed Emiliano Fittipaldi su «L’Espresso» si fanno i nomi dei politici di governo, dei funzionari del Commissariato di governo e dell’agenzia regionale dell’ambiente stipendiati dalla camorra per coprire il traffico di rifiuti tossici provenienti dal Nord. Si parla della complicità di «uomini delle forze dell’ordine a disposizione di decine di sindaci prezzolati», gli stessi che scendono in campo contro i termovalorizzatori, di «funzionari della provincia di Caserta che firmano licenze per siti che sono fuori dei loro territori», mentre un fiume inarrestabile di tangenti scorre e alimenta da sempre la corruzione e l’ascesa di politici e amministratori corrotti. A completare il quadro desolante di una terra senza speranza, in mano ad avventurieri e criminali, di un Meridione senza prospettive di crescita, è la serie di processi contro amministratori locali e regionali, che restano al loro posto nonostante le accuse di abusi e corruzione. I nomi sono comparsi su tutti i giornali locali e nazionali. Sono loro i principali alleati di Bossi e del federalismo egoista e non solidale che la Lega persegue, con buone ragioni di successo: evitare di far pagare ai cittadini del Nord gli sperperi delle Regioni del Sud.
Il Senato federale
Sul piano dei rapporti tra Camera e Senato, preoccupa il progetto di Senato federale, omologo a quello approvato dal parlamento con due deliberazioni il 20 ottobre 2005 e bocciato dal referendum popolare: Vassalli lo definí una scimmiottatura del Bundesrat della Germania. E lo criticò per il predominio del Senato federale sulla Camera, e la vasta competenza che a esso rimane sui provvedimenti della Camera dei deputati, la cui rappresentanza è invece nazionale.«Un istituto ibrido, incomprensibile in piú punti», conclude Vassalli.
Al Senato federale in certi campi sarebbero dati poteri di scelta piú ampi di quelli della Camera. Oltre il potere di eleggere 4 membri della Corte costituzionale, mentre alla Camera ne resterebbero solo 3 (art. 135 Cost.) – oggi ne spettano cinque al parlamento in seduta comune –, al Senato spetterebbe un groviglio di competenze , tra cui un potere di veto sugli stessi principi fondamentali concernenti le materie di competenza concorrente tra Stato e Regioni, (rapporti internazionali, tutela e sicurezza sul lavoro, istruzione, ricerca scientifica e tecnologica, tutela della salute, coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, art. 117, III comma Cost.). Ciò nonostante l’attribuzione di Camera politica che si darebbe alla sola Camera dei deputati. Un guazzabuglio che porta alla paralisi del parlamento e alla disgregazione del paese.
Impressionante è la farraginosità del sistema escogitato per disciplinare i rapporti tra Camera dei deputati e Senato federale nella formazione delle leggi. In tale sistema si annida il pericolo di una grave stasi legislativa: una riforma per aumentare i conflitti, mentre compito della democrazia è di evitare i conflitti, di comporli, di sedarli.
Osserva efficacemente Augusto Barbera che il Senato federale indebolisce la funzione nazionale di governo.«Eletto in un periodo non coincidente con l’elezione della Camera politica, e con sistema elettorale diverso, potrebbe avere una composizione politica diversa da quella della Camera e non sarebbe legato a un rapporto fiduciario con il governo e non soggetto a scioglimento anticipato. In materie rilevanti come i principi fondamentali il Senato federale sarebbe chiamato a decidere in via definitiva mentre la Camera potrebbe solo proporre emendamenti. In nessun paese a regime federale sono attribuiti alla seconda Camera poteri di condizionamento della funzione di governo paragonabili a quelli costruiti per il Senato federale italiano. Esso dovrebbe occuparsi in via definitiva di armonizzare i bilanci pubblici e di coordinare la finanza pubblica e il sistema tributario. L’esperienza ci dice l’impossibilità di distinguere tali materie e l’importanza che esse assumono per la politica dei governi».
Che fare?
Che fare per arginare questo progetto disgregatore dello Stato? Occorrerebbe per prima cosa, dice Vassalli, riformare il Titolo V, artt. 114-117 della Costituzione per aumentare le competenze esclusive dello Stato, in materia di tutela di salute, sicurezza e scuola che con la riforma del 2001 sono state affidate alla competenza concorrente delle Regioni: la competenza concorrente ha dato luogo a una serie di conflitti disgregatori. Della stessa idea è il presidente Giorgio Napolitano che il 25 novembre 2004, al convegno promosso dagli ex parlamentari a proposito della riforma federale, dopo avere definito «inaccettabile il dilatare in modo abnorme i poteri del primo ministro, secondo uno schema che non trova l’eguale in altri modelli costituzionali europei e lo sfuggire a ogni vincolo di pesi e contrappesi, di equilibri istituzionali e di regole da condividere», concluse che «bisognerebbe rivedere il titolo V riformato» che ha definito in alcune parti «orripilante», come l’art. 114. Egli disse a proposito del Senato federale: «non resta che fare appello ai cittadini perché impediscano la promulgazione di una legge di riforma sconvolgente, contraddittoria, produttrice di conflittualità e di paralisi nei rapporti con le istituzioni».
La degenerazione federalista e la secessione morbida
Una conferma dell’incidenza negativa delle Regioni sullo sviluppo viene dal Procuratore generale della Corte dei conti che ha denunziato, nella relazione sul rendiconto generale dello Stato per il 2008, che la corruzione è una tassa immorale e occulta pagata dai cittadini pari a 50-60 miliardi di euro all’anno, rispetto alla quale è insufficiente l’azione repressiva che si limita a prendere atto di danni già verificati. «Un fenomeno che ostacola, soprattutto nel Sud, gli investimenti esteri». Nella classifica della corruzione, tra le prime cinque regioni, ce ne sono quattro proprio nel Sud: la Sicilia (13% del totale delle denunzie), la Campania (11,46%), la Puglia (9,44), la Calabria (8,19), preceduta dalla Lombardia con il 9,39 del totale delle denunce. A tutto questo si aggiunge l’aumento della spesa corrente del 4,5% (aumenti di stipendi e pensioni). Questo sperpero delle risorse pubbliche è dovuto anche a scelte errate di corrotti e criminali a cariche pubbliche elettive locali e nazionali.
A ciò si aggiunga la mancata soppressione delle province, enti inutili che costano 10-13 miliardi di euro l’anno, la cui abolizione era nel programma del Pdl , del Pd e dell’Udc. E invece la Lega si è opposta con l’avallo del Pdl e del Pd, per gestire tutti insieme i miliardi di euro degli enti inutili controllati dalle province e mantenere il potere con poltrone e prebende.
D’altro canto è stato vano l’appello di Ciampi a «intensificare il metodo di concertazione e di cooperazione tra autonomie locali, organizzazioni produttive, centri di ricerca e di educazione, associazioni di volontariato. A intensificare un piú produttivo uso delle risorse a disposizione». «Non ci facciamo illusioni – disse Ciampi –, il nuovo modello di governo democratico che sta nascendo in Italia e in Europa, proprio perché piú articolato, si annuncia piú complesso. Per realizzare la grande ambizione di diffondere dappertutto in Europa un maggiore generale benessere, una maggiore diffusa giustizia sociale, un piú alto livello di democrazia e di partecipazione, il federalismo richiede un piú alto livello di cultura politica, un accresciuto impegno civile di amministrati e amministratori, insomma un nuovo patriottismo, al tempo stesso regionale, nazionale ed europeo. La nuova Italia di ispirazione federalista non potrà non essere una Italia europea» (Ciampi, 19.9.2001, Potenza). «La struttura politica che stiamo creando non ha precedenti nella storia. Comporta una duplice devolution, un trasferimento di compiti e di poteri verso il basso e verso l’alto, cioè verso un nuovo centro di governo comune europeo. In questa struttura democratica a tutti i livelli, ogni apparente cessione di sovranità si rivela, in realtà, quale conquista di una maggiore, piú vera e piú forte sovranità comune» (Ciampi, Padova, 19.3.2002).
Il nostro timore è che la Lega tenda non a un federalismo solidale, rispettoso del principio dell’unità e indivisibilità dell’Italia, ma alla secessione morbida del Nord dal resto dell’Italia, pensata e voluta dal prof. Miglio. A questa secessione noi ci opporremo con tutte le nostre forze.
Ferdinando Imposimato. http://www.ilponterivista.com/article_view.php?intId=137
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