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Appalti alla ‘ndrangheta: indagato sindaco Pd di Serramazzoni

22 settembre 2013 Lascia un commento

ndranghetaAnche in Emilia la ‘ndrangheta ottiene gli appalti entrando nelle stanze del potere politico. E’ un quadro accusatorio senza precedenti quello che emerge dall’inchiesta della guardia di finanza nel Comune di Serramazzoni, centro di 8mila abitanti sull’Appennino modenese. Il sindaco Luigi Ralenti del Pd, al secondo mandato, è indagato per corruzione e turbata libertà di scelta del contraente in relazione a due commesse pubbliche: il recente ampliamento del polo scolastico (costo 230mila euro) e il project financing da un milione e centomila euro per il restyling dello stadio dove oggi milita la squadra di dilettanti e vent’anni fa segnava i primi goal il futuro campione del mondo Luca Toni. Nel mirino ci sono i lavori edili affidati a una coppia di società a responsabilità limitata, secondo gli inquirenti riconducibili a Rocco Antonio Baglio, considerato la longa manus della cosca Longo Versace di Polistena (Gioia Tauro), e al figlio Michele, una sorta di direttore di cantiere. La delicata inchiesta del Pm Claudia Natalini, poi affiancata dal sostituto Giuseppe Tibis, è partita nel luglio scorso dopo l’incendio doloso che ha devastato la villa di campagna di Giordano Galli Gibertini, ex calciatore del Modena titolare di un’impresa edile. Pochi mesi prima erano stati bruciati anche gli spogliatoi del campo sportivo di Serramazzoni: ignoti avevano impilato le magliette della squadra, versato olio bollente e appiccato il fuoco. Baglio senior è accusato da un lato di aver bruciato la villa del costruttore e poi di aver trovato un accordo col sindaco Ralenti per l’assegnazione degli appalti.

Sono indagati in concorso col primo cittadino l’ingegnere Rosaria Mocella, direttrice della ‘Serramazzoni Patrimonio’, controllata comunale che ha affidato il progetto ad un’associazione temporanea di imprese, e Marco Cornia dell’Ac Serramazzoni, capofila della cordata e già concessionaria dell’impianto sportivo. L’attenzione delle Fiamme gialle, che nei giorni scorsi hanno acquisito centinaia di documenti cartacei e informatici, si è concentrata su un partner dell’Ati, Restauro e costruzioni srl, e una ditta subappaltatrice, Unione group srl. La prima, con ufficio commerciale a Pisa, è intestata a Giacomo Scattareggia, sotto processo a Reggio Calabria per turbativa d’asta in un’inchiesta della Dda locale sulle ingerenze delle cosche negli appalti del Comune di Condofuri, poi sciolto per mafia. Restauro e costruzioni, di fatto gestita da Michele Baglio, avrebbe spinto per l’assegnazione del subappalto di Serramazzoni alla Unione group di Fiorano, intestata alla madre. Azienda con progetti ambiziosi, come riporta il giornale dell’Accademia europea per le relazioni economiche e culturali: già realizzate le opere relative al parcheggio multipiano dell’ospedale di Baggiovara e gli impianti elettrici dell’aeroporto di Lamezia Terme, mentre sono in fieri il centro servizi per il ciclismo di Formigine, i lavori per uno sponsor della Reggina e per le industrie alimentari di kiwi a Polistena e di olio d’oliva a Cittanova. Secondo gli inquirenti modenesi Unione in particolare è riconducibile a una vecchia conoscenza dell’antimafia, Rocco Antonio Baglio. Arrivato trent’anni fa in soggiorno obbligato nel distretto ceramico, fu arrestato dal Ros di Bologna nel 1993 dopo il ritrovamento di esplosivo e mitragliatrici a Torre Maina di Maranello. Nell’allora rapporto dei carabinieri Baglio veniva descritto come “elemento di rispetto dell’Emilia Romagna a cui fanno riferimento tutte le cosche che abbiano interessi nella zona”. Abile affarista, non impiegò molto ad allacciare rapporti con i colletti bianchi locali. Su tutti Renato Cavazzuti, ex direttore di filiale della Cassa di Risparmio di Modena e già in Fininvest Programma Italia, poi collaboratore di giustizia che ha fotografato i meccanismi bancari al servizio delle truffe finanziarie.
E l’avvocato Fausto Bencivenga, arrestato coi Baglio nel lontano 1991 per il crac pilotato della modenese Mida’s. In quel procedimento il figlio Michele, interrogato sulla reale gestione della società intestata a un prestanome, disse che era il padre a “interessarsene economicamente”. A vent’anni di distanza, l’indagine dei Pm modenesi Natalini e Tibis si occupa di contiguità nuove in una regione dove le infiltrazioni mafiose nel tessuto economico sono rimaste prive di ‘sponde politiche’. Anche se l’accusa di corruzione resta da dimostrare – in Procura vige il massimo riserbo circa gli indizi raccolti – gli incontri del primo cittadino con Baglio sarebbero provati. Nei giorni scorsi sono stati ascoltati dai magistrati l’ingegnere Rosaria Mocella e Marco Cornia, presidente della società sportiva che ha investito nella ristrutturazione dello stadio (con un mutuo di 700mila euro del Monte dei Paschi di Siena garantito dalla Serramazzoni Patrimonio). “Avevo trovato altre due aziende locali ma il bando era talmente ristretto che nessuno aveva i requisiti – ha dichiarato Cornia – così ad un certo punto in Comune mi hanno consigliato i calabresi che avevano già lavorato al polo scolastico. Scattareggia però l’ho visto solo alla firma del contratto”. L’interrogatorio del sindaco Ralenti, che nei giorni scorsi ha assicurato “di aver sempre agito secondo la legge”, è in programma nella giornata di oggi.

http://stefanosantachiara2.wordpress.com/2011/05/25/appalti-alla-ndrangheta-indagato-sindaco-pd/

Maurizio Landini: “Si gioca con la tenuta democratica del paese”

11 settembre 2013 Lascia un commento

Il grande vecchio e il Cavalier Burlesquetti

12 dicembre 2012 Lascia un commento

NWOE’ tutto sotto controllo per l’Azienda Madre.
Il vecchio inclinò la levetta verso destra e la poltrona a rotelle, con un ronzìo quasi impercettibile, girò su se stessa di 180 gradi. Rivolto verso la vetrata, osservò distrattamente il paesaggio grigiastro, fumoso, del Tamigi, con le sue sponde frastagliate di pali, banchine e skyline di edifici restaurati, antichi come lui.
Non gli interessava più il paesaggio in realtà, ne conosceva ogni dettaglio, ogni cespuglio, ogni ombra. Era solo la forza dell’abitudine. Ogni gesto si era ormai cementificato nel corso del tempo. I suoi 89 anni erano uno smalto indistruttibile, immutabile, che ricopriva la sua personalità fissata su una lastra di ghiaccio.
Ruotò la poltrona di altri novanta gradi, fece scorrere lo sguardo, che era una successione di immagini fisse, come se avesse una macchina fotografica innestata nel cervello, sulla forma ovale del tavolo a 16 posti di quercia levigata, col ripiano di vetro.
Alle 18 era convocata la riunione mensile del Consiglio dell’Azienda Madre, allargato ai finanzieri, che da una decina d’anni era diventato definitivo.

Ricordava ancora nitidamente, come una foto ad alta definizione, quando L’Azienda Madre era un coordinamento di compagnie petrolifere che si occupavano della raffinazione, della distribuzione e commercializzazione della materia prima, in sinergia totale coi paesi dell’OPEC. Gli uni avevano bisogno degli altri, il legame era indissolubile. Capitalisti e fondamentalisti islamici insieme controllavano i governi, le guerre in Medio oriente, le destabilizzazioni di regimi o il loro rafforzamento, avevano in pugno i servizi segreti di mezzo mondo. Poi tutto era cambiato, le fonti di energia si erano diversificate, l’irruzione della finanza globalizzata era stata travolgente, tanto da costringere l’intero Consiglio a una rifondazione radicale. Così la realtà mutava, e lui, il Presidente, aveva il dovere di adeguarsi e di guidare il cambiamento.

La lampadina sul tavolo lampeggiò. Avvertì il bagliore nel suo campo visivo destro. Bridge, il suo primo assistente, chiedeva udienza. Puntuale, come sempre. Erano le 12, l’ora del secondo briefing della giornata. Gli avrebbe fornito gli ultimi aggiornamenti, per i ritocchi alla relazione delle 18. Fece scattare la serratura sfiorando il display luminoso sul tavolo. Bridge si affacciò sulla porta, entrò.
Era come se il tempo, per il primo assistente, fosse fermo. Dopo 38 anni di servizio camminava ancora sulle uova, felpato, leggermente piegato in avanti. Arrivò di fronte al tavolo, accennò al solito inchino, disse: “Il rapporto, eccellenza.”
Eccellenza. Il vecchio non era mai riuscito a decidere se l’atteggiamento deferente del primo assistente gli causava fastidio o piacere. Detestava i modi servili, untuosi, degli yes men opportunisti pronti a cambiare bandiera alle prime difficoltà. Ma Bridge era diverso, era solo fedele. Aveva la sensibilità di un bambino dipendente dal padre, a 64 anni suonati. Talvolta lo maltrattava, perché gli saliva alla gola come un ringhio, quando vedeva quell’uomo pingue, pallido, modesto, genuflesso, che lo chiamava eccellenza con la voce sempre moderata, talvolta tremante. Ma era efficiente, ordinato, veloce, e se godeva nel farsi trattare male, erano affari suoi.
Lo lasciò lì impalato, come un androide disattivo, senza parlare. I suoi pensieri gli erano per un attimo sfuggiti, si era concentrato sulla sua stilografica nera posata sull’agenda, mentre i dati delle ultimi analisi del sangue lo avevano come accecato. La creatinina a 4,8, altri due punti di peggioramento. Dopo cinque anni dal trapianto il rene aveva iniziato a deteriorarsi. Era per il suo deficit immunitario, aveva detto quel professore svizzero. Avevano impiantato ugualmente un rene nuovo, nonostante i protocolli internazionali escludessero l’intervento per quel tipo di patologia degenerativa. Ma in Bielorussia, nelle cliniche giuste, i protocolli valevano quanto le liste della spesa.

Si riprese, guardò l’androide immobile e disse: “Be’, cosa fa lì come un salame?”
Era solo per strapazzarlo un po’
Ma Bridge non faceva una piega. Stava solo aspettando il permesso di parlare.
“Ci sono gli aggiornamenti politici, eccellenza”.
Il vecchio fece un gesto stanco verso la poltrona. Bridge si sedette lentamente, aprì una cartellina di pelle, si schiarì la gola e iniziò l’esposizione. Sintetica, essenziale, come doveva essere. Come le sue relazioni al Consiglio, senza alcuna smanceria, senza retorica, senza doppi sensi. L’Azienda Madre doveva valutare i governi amici e nemici, decidere gli interventi per migliorare il controllo sui media mondiali, mettere a punto le strategie della sua immensa rete finanziaria. Era molto apprezzata la sintesi, per evitare inutili perdite di tempo..
Ora il problema era la Francia. Il nuovo presidente era ambiguo, sfuggiva alle definizioni, passava da atteggiamenti di rispetto verso il nuovo ordine a fastidiose allusioni destabilizzanti, come più tasse ai ricchi e così via. Bisognava lavorare sulla Francia. Il potere di orientamento del voto popolare da parte dell’Azienda Madre era enorme, ma non assoluto. Si trattava di un dualismo reciproco: i popoli, influenzati dai principali media, che il Consiglio controllava con massicce partecipazioni azionarie, si adeguavano ai trend dominanti; i quali dovevano a loro volta assestarsi alle novità se i voti sfuggivano alle pianificazioni. Ma tutto, alla fine, veniva ricondotto all’armonia naturale delle cose e al giusto equilibrio. E il giusto equilibrio era uno solo: l’economia occidentale non era più disposta a tollerare i costi dello Stato Sociale, dei servizi pubblici, del cosiddetto Welfare; si trattava di una fetta enorme di business che doveva entrare in gioco. Il vecchio aveva smesso da tempo di avere un’opinione in merito all’etica della questione. Non gioiva di fronte alla riduzione in povertà di grandi masse umane, ma neanche soffriva. Sapeva che il nuovo ordine richiedeva un prezzo. E questo andava pagato. Perché al di là del nuovo ordine non c’era che la barbarie.

“Poi, eccellenza, ci sarebbe una turbolenza in Italia.”
Il vecchio sussultò. Gli venne una tosse violenta, tanto che il primo assistente accennò ad alzarsi per soccorrerlo. Ma non osava, un intervento non richiesto poteva causare una reazione stizzita nel vecchio. E quando si irritava non ci andava leggero con gli insulti.
“Ancora?” disse, mentre iniziava a riprendere fiato.
Anche Bridge si rilassò. Attese che il vecchio tornasse completamente in sé, poi iniziò a spiegare, con poche parole. I concetti sembravano superflui, perché era come immettere dei dati in un software che li completava immediatamente, usando insiemi già memorizzati.
“Il Cavalier Burlesquetti…”
Il vecchio spalancò gli occhi azzurri, resi quasi bianchi, piccoli e spettrali dall’età. Nel volto dalle guance pallide e cascanti di Bridge vedeva quello altrettanto inquietante di Burlesquetti, un altro androide di materiale organico che sembrava di plastica. Lo ricordava, vent’anni prima, quando era entrato nel suo ufficio con aria trionfale, sprizzando allegria fasulla da tutti i pori. Faceva battute, cercava compiacimento, approvazione, da lui! Era un parvenu, un avventuriero, circondato da altri avventurieri, la specie che più al mondo il vecchio disprezzava, sempre pronti a tradire, a passare al miglior offerente. Il suo governo nel complesso si era dimostrato un fallimento. Si trattava di una cricca impegnata soprattutto a coltivare affari privati, a incamerare risorse, a risolvere le mille beghe legali del suo capo. E intanto gli interessi dell’Azienda Madre non erano abbastanza tutelati.
“Di nuovo quel saltimbanco?” esclamò il vecchio.
Quel proverbio sulle sette vite dei gatti sembrava conforme al personaggio. Quando all’unanimità il Consiglio aveva deciso per la caduta del suo grottesco governo e la sua definitiva uscita di scena, Burlesquetti si era opposto. Ridicolo! Si era presentato in televisione affermando che non intendeva dimettersi. Era bastata una telefonata di uno dei secondi assistenti per far cadere a picco le azioni delle sue aziende e riportarlo al buon senso. Doveva farsi da parte immediatamente, dare spazio a quel professore universitario, affidabile, zelante, solido, efficiente. Il loro uomo.
“Che diavolo ha combinato questa volta?”
Bridge si schiarì la gola. L’interesse del vecchio lo rinfrancava. “Stanno facendo cadere il governo e…”
“Beh, questo era previsto, no?” lo interruppe il vecchio. “Lo sappiamo da mesi che gli italiani andranno a votare in anticipo, e al momento il favorito è quel… come si chiama?”
“Fessani” disse il primo assistente.
“Appunto” disse il vecchio. Fessani guidava una forza politica che era una imitazione del Partito Democratico americano. Le opzioni prese in esame erano due: un nuovo governo del professore, oppure del vincitore delle elezioni. La prima era preferibile, il professore era l’uomo ideale. Ma anche la seconda era accettabile. Fessani sembrava deciso ad allinearsi. E il consenso popolare non rappresentava un grosso problema. I media principali italiani, i più affidabili dell’intero continente europeo, erano totalmente sotto controllo. Per cui anche le incognite rappresentate dalla piccola forza politica che aveva sostenuto Fessani, che si sperticava in affermazioni populiste tipo la patrimoniale e le nazionalizzazioni, sarebbero state superabili. Bastava spingere sul terrore del default, sullo spread, sulle borse in caduta, poi proporre i rimedi per scongiurare il disastro, sia che si trovasse in campo il professore oppure Fessani, magari con alleanze diverse da quelle iniziali.
“Quindi dove sta il problema?” chiese il vecchio, fissando Bridge con acredine. Odiava quella forma di suspence che gli assistenti cercavano di provocare nei superiori.
“Non so se sia un problema, eccellenza, ma il Cavalier Burlesquetti intende presentarsi alle elezioni, cercando di capitalizzare il malcontento popolare, e ha bloccato la riforma elettorale.”
Il vecchio sospirò. Ecco spiegato il colpo di mano. Scioglimento del Parlamento, caduta delle leggi in discussione ed elezioni con le liste blindate, compresi gli “amici” condannati. Questo per l’Azienda Madre era un problema inesistente. Che si eleggessero i cosiddetti delinquenti non interessava il Consiglio. L’importante era che svolgessero il loro compito con serietà e affidabilità.
“E il suo schieramento?” chiese il vecchio.
“Appare diviso” rispose Bridge, “il segretario del suo partito, che prima sembrava…”
Il vecchio lo fece tacere con un gesto brusco della mano. Il suo software interno aveva già completato il ragionamento. L’uomo di paglia che rivestiva il ruolo di segretario era ininfluente. Alla fine la lista di Burlesquetti sarebbe stata una lobby pronta a schierarsi col più forte, per avere in cambio favori. Forse il suo consenso sarebbe lievitato, ma in nessun caso quell’avventuriero poteva sperare di tornare al potere. Oppure, se la situazione l’avesse richiesto, con le giuste pressioni sarebbe stato scacciato dalla scena politica come un moscerino.
Il suo tempo era finito, e probabilmente lo sapeva.
“Va bene Brigde. Ho capito. Lasci pure qui la sua relazione.”
Il primo assistente mimò un nuovo inchino e si sporse in avanti per appoggiare la cartellina sul tavolo. C’era una linea invisibile, disegnata sul pavimento. Un servo come Bridge non poteva oltrepassarla, senza il permesso del padrone.
Bridge aspettò un congedo, che non arrivava, poi salutò, senza essere ricambiato, si girò e camminò con passi regolari verso la porta, con la schiena dritta, la pancia che ballonzolava sotto al vestito di cachemire da tremila sterline.

Il vecchio tamburellò sulla cartellina. I pensieri gli erano di nuovo sfuggiti in un vuoto pneumatico, ma era durato solo pochi secondi. Aveva la percezione di Bridge che aspettava, immobile, ma non se ne era occupato. Il primo assistente sapeva cosa fare. Non c’era più bisogno di lui, poteva togliersi dai piedi.
Tornò l’immagine di Burlesquetti, quella faccia di plastica, coi capelli finti. La maschera del suo viso, che il vecchio ostinatamente rifiutava di restaurare con uno di quegli interventi di chirurgia estetica così diffusi tra i suoi pari, forse si modificò in un sorriso.
No, nessun problema con Burlesquetti. Tutte le incognite erano sotto controllo. Tutte le forze rinchiuse nelle gabbie delle regole.
Le loro regole.
Il nuovo ordine non si toccava.
Il nuovo ordine era l’unico possibile, in quella parte di mondo.
Perché di qua c’era la civiltà, di là la barbarie.
di Mauro Baldrati
http://www.carmillaonline.com/archives/2012/12/004557.html

L’ultimo treno

30 novembre 2012 Lascia un commento

bastaaaaaaaaaaCome Bertoldo che non riusciva mai a trovare l’albero a cui impiccarsi, il Senato ha rinviato a martedì il voto di fiducia sul decreto che taglia i costi della politica, a causa di uno sciopero dei treni.
Sono venuto a capo per consentirvi di smaltire l’incredulità. Martedì cosa si inventeranno, un’indigestione di cozze collettiva? Oltretutto pare che la storia dello sciopero sia una scusa raffazzonata lì per lì, pur di nascondere i dissidi interni ai partiti e giustificare la più politica di tutte le arti: il rinvio. Ma come fanno a non capire che qualunque verità risulterebbe meno fastidiosa di quella penosa bugia? Un Paese dove un operaio scompare in mare durante la bufera cadendo da una gru su cui non doveva nemmeno stare, e dove una barista pendolare muore di stanchezza alla fermata della metro dopo essersi alzata per l’ennesima volta di domenica alle quattro del mattino, ecco, un Paese così serio e duramente provato pretende di non essere offeso dagli sfoggi di tracotanza di coloro che dovrebbero fornire il buon esempio. Questa era davvero l’ultima occasione per un colpo d’ala. Immaginate il presidente dell’assemblea Schifani che annuncia alle telecamere: «Abbiamo deciso all’unanimità di restare a Roma nel weekend per votare una legge tanto attesa dall’opinione pubblica. Il Senato rimane aperto sabato e domenica. Invito i cittadini ad assistere dai palchi al nostro lavoro». Non dico che si sarebbero guadagnati la rielezione, ma uno sconto del venti per cento sulle pernacchie sì. Così invece niente, neanche la mancia.
Massimo Gramellini

Meno male che Silvio c’è! Così adesso lo processiamo

25 novembre 2012 Lascia un commento

“Io pago tasse per milioni di euro all’erario e do lavoro a migliaia di persone”, affermava in quel di Vespa, l’ometto incatramato!! Anche l’Eternit (la multinazionale della morte), pagava le tasse e dava lavoro a decine di miglia di persone!! Peccato che con il tempo, ha dovuto chiudere i battenti per sempre, con tutte le immaginabili conseguenze sui lavoratori.
La fine di Berlusconi, coinciderà con il tracollo delle sue aziende che, come l’Eternit (ma a diversità di bersaglio), hanno devastato per un quarto di secolo, le menti dei cittadini italiani. La sua caduta sarà terribile, sotterrato dalle macerie del suo populismo e nanismo intellettuale.
La giustizia, imperturbabile, dovrà fare il suo corso, e la magistratura lo sta già aspettando al varco.
“Vado via da questo paese di merda, di cui sono nauseato”, diceva Berlusconi a Lavitola in una intercettazione del 13/07 /2011.
E no, cavaliere, adesso è troppo tardi! Doveva pensarci prima!! Non si sputa nel piatto in cui si è mangiato da sempre, fino ad abbuffarsi! Ha voluto la bicicletta? E adesso deve pagare il conto! Non finirà tutto a tarallucci e vino. I debiti vanno onorati.
Un’immensa folla la sta aspettando sulla linea del traguardo di Piazzale Loreto, per consegnarle la maglia nera. Un trofeo all’infamia e al disonore, più che dovuto, e che Lei, cavaliere Berlusconi, si é guadagnato sul campo in quasi un ventennio, per avere portato l’Italia sull’orlo della bancarotta e dentro un degrado etico e morale senza precedenti. Ci saranno tutti all’appuntamento del secolo perché nessuno, vorrà perdere l’ultimo atto di una delle più sconcertanti, inimmaginabili, inquietanti, volgari e paradossali sceneggiate politiche che mai un parlamento abbia potuto ospitare in tempo di pace.

Il cafone per eccellenza, archetipo di grettezza e smoderatezza, solo ieri, invitava tutti all’esercizio della sobrietà, e da puttaniere impenitente, senza pudore ne vergogna, affermava (nel pieno di una crisi mistica) di avere introdotto la moralità nella politica.
Da cattolico pluri/divorziato, poi, si erge a paladino della famiglia e a difesa della vita vegetativa ad oltranza. In veste di supremo e indiscutibile maestro di mistificazione, accusava il mondo intero di ordire complotti a suo discapito, e di avere pianificato campagne diffamatorie e menzognere, con il solo l’intento di detronizzarlo. Proprio lui, la cui vita di imprenditore prima, e di politico poi, è un bailamme di trame, congiure, macchinazioni e dossieraggi. Un sostenitore accanito di un liberismo trasfigurato in stalinismo che alla libera concorrenza, predilige le consorterie, logge e corporazioni. Insomma, un autentico cialtrone! Un “pacchista” disonorato che per salvarsi il culo, ha condotto l’Italia e gli italiani dentro un abisso senza fine.

Il “grande Silvio”, ometto attempato, che si trapianta e pittura i capelli di un nero corvino, anteponendo il trucco a una decorosa pelata – il Silvio che martirizza Vittorio Mangano, esalta la figura di Marcello Dell’Utri, fiducia Cosentino e delegittima le istituzioni! Il Silvio con l’eterno cerone, le scarpe rialzanti e le pompette stimolanti – il Silvio dalle mille cravatte a pallini e gli eterni doppio petto blu. Un vero trattato ambulante di psicopatia, frustrazione e perverso e morboso narcisismo.
Con quale dignità, un tale individuo, ha potuto rappresentare in nostro paese?
E’ stato dunque questo lo status symbol di virilità e machismo, autorità e potere nel quale si sono riconosciuti tanti italiani e italiane e che esibivano come modello di moderna cultura e punto di riferimento socio-esistenziale? Era questo, il salvatore della patria, l’uomo della provvidenza, il mito trascendente da sempre celebrato nell’immaginario degli italiani? O piuttosto, un millantatore da quattro soldi, un incantatore di serpenti e un traditore della patria – uno scaltro piazzista che nel mercimonio della dignità altrui, incarna l’archetipo della peggiore specie umana!
E non sono forse gli italiani, le vittime predestinate di un masochismo perverso che, come Seneca affermava, “godono nell’affidare il potere al turpe?”

Adesso eccolo li, quello del “partito dell’amore”, un uomo triste e solo, che nella luce soffusa della sua alcova, si appresta a calare il sipario sull’ultimo atto di una commedia, tragica e grottesca, fra i glutei in affitto di una giovincella depravata, nella spasmodica ricerca, di quell’orgasmo tradito che sancirà, per sempre, la sua sconfitta umana, morale ed economica.

Gianni Tirelli

Una fase costituente più democratica

21 luglio 2012 Lascia un commento

Stiamo vivendo una fase costituente senza averne adeguata consapevolezza, senza la necessaria discussione pubblica, senza la capacità di guardare oltre l’emergenza. È stato modificato l’articolo 81 della Costituzione, introducendo il pareggio di bilancio. Un decreto legge dell’agosto dell’anno scorso e uno del gennaio di quest’anno hanno messo tra parentesi l’articolo 41. E ora il Senato discute una revisione costituzionale che incide profondamente su Parlamento, governo, ruolo del Presidente della Repubblica. Non siamo di fronte alla buona “manutenzione” della Costituzione, ma a modifiche sostanziali della forma di Stato e di governo. Le poche voci critiche non sono ascoltate, vengono sopraffatte da richiami all’emergenza così perentori che ogni invito alla riflessione configura il delitto di lesa economia.

In tutto questo non è arbitrario cogliere un altro segno della incapacità delle forze politiche di intrattenere un giusto rapporto con i cittadini che, negli ultimi tempi, sono tornati a guardare con fiducia alla Costituzione e non possono essere messi di fronte a fatti compiuti. Proprio perché s’invocano condivisione e coesione, non si può poi procedere come se la revisione costituzionale fosse affare di pochi, da chiudere negli spazi ristretti d’una commissione del Senato, senza che i partiti presenti in Parlamento promuovano essi stessi quella indispensabile discussione pubblica che, finora, è mancata.

Con una battuta tutt’altro che banale si è detto che la riforma dell’articolo 81 ha dichiarato l’incostituzionalità di Keynes. L’orrore del debito è stato tradotto in una disciplina che irrigidisce la Costituzione, riduce oltre ogni ragionevolezza i margini di manovra dei governi, impone politiche economiche restrittive, i cui rischi sono stati segnalati, tra gli altri da cinque premi Nobel in un documento inviato a Obama. Soprattutto, mette seriamente in dubbio la possibilità di politiche sociali, che pure trovano un riferimento obbligato nei principi costituzionali.

La Costituzione contro se stessa? Per mettere qualche riparo ad una situazione tanto pregiudicata, uno studioso attento alle dinamiche costituzionali, Gianni Ferrara, non ha proposto rivolte di piazza, ma l’uso accorto degli strumenti della democrazia. Nel momento in cui votavano definitivamente la legge sul pareggio di bilancio, ai parlamentari era stato chiesto di non farlo con la maggioranza dei due terzi, lasciando così ai cittadini la possibilità di esprimere la loro opinione con un referendum. Il saggio invito non è stato raccolto, anzi si è fatta una indecente strizzata d’occhio invitando a considerare le molte eccezioni che consentiranno di sfuggire al vincolo del pareggio, così mostrando in quale modo siano considerate oggi le norme costituzionali.

Privati della possibilità di usare il referendum, i cittadini — questa è la proposta — dovrebbero raccogliere le firme per una legge d’iniziativa popolare che preveda l’obbligo di introdurre nei bilanci di previsione di Stato, regioni, province e comuni una norma che destini una quota significativa della spesa proprio alla garanzia dei diritti sociali, dal lavoro all’istruzione, alla salute, com’è già previsto da qualche altra costituzione. Non è una via facile ma, percorrendola, le lingue tagliate dei cittadini potrebbero almeno ritrovare la parola.

L’altro fatto compiuto riguarda la riforma costituzionale strisciante dell’articolo 41. Nei due decreti citati, il principio costituzionale diviene solo quello dell’iniziativa economica privata, ricostruito unicamente intorno alla concorrenza, degradando a meri limiti quelli che, invece, sono principi davvero fondativi, che in quell’articolo si chiamano sicurezza, libertà, dignità umana. Un rovesciamento inammissibile, che sovverte la logica costituzionale, incide direttamente su principi e diritti fondamentali, sì che sorprende che in Parlamento nessuno si sia preoccupato di chiedere che dai decreti scomparissero norme così pericolose. È con questi spiriti che si vuol giungere a un intervento assai drastico, come quello in discussione al Senato. Ne conosciamo i punti essenziali. Riduzione del numero dei parlamentari, modifiche riguardanti l’età per il voto e per l’elezione al Senato, correttivi al bicameralismo per quanto riguarda l’approvazione delle leggi, rafforzamento del Presidente del Consiglio, poteri del governo nel procedimento legislativo, introduzione della sfiducia costruttiva. Un “pacchetto” che desta molte preoccupazioni politiche e tecniche e che, proprio per questa ragione, esigerebbe discussione aperta e tempi adeguati. Su questo punto sono tornati a richiamare l’attenzione studiosi autorevoli come Valerio Onida, presidente dell’Associazione dei costituzionalisti, e Gaetano Azzariti, e un documento di Libertà e Giustizia, che hanno pure sollevato alcune ineludibili questioni generali.

Può un Parlamento non di eletti, ma di “nominati” in base a una legge di cui tutti a parole dicono di volersi liberare per la distorsione introdotta nel nostro sistema istituzionale, mettere le mani in modo così incisivo sulla Costituzione?

Può l’obiettivo di arrivare alle elezioni con una prova di efficienza essere affidato a una operazione frettolosa e ambigua? Può essere riproposta la linea seguita per la modifica dell’articolo 81, arrivando a una votazione con la maggioranza dei due terzi che escluderebbe la possibilità di un intervento dei cittadini? Quest’ultima non è una pretesa abusiva o eccessiva. Non dimentichiamo che la Costituzione è stata salvata dal voto di sedici milioni di cittadini che, con il referendum del 2006, dissero “no” alla riforma berlusconiana. A questi interrogativi non si può sfuggire, anche perché mettono in evidenza il rischio grandissimo di appiattire una modifica costituzionale, che sempre dovrebbe frequentare la dimensione del futuro, su esigenze e convenienze del brevissimo periodo.

Le riforme costituzionali devono unire e non dividere, esigono legittimazione forte di chi le fa e consenso diffuso dei cittadini. Considerando più da vicino il testo in discussione al Senato, si nota subito che esso muove da premesse assai contestabili, come la debolezza del Presidente del Consiglio. Elude la questione vera del bicameralismo, concentrandosi su farraginose procedure di distinzione e condivisione dei poteri delle Camere, invece di differenziare il ruolo del Senato. Propone un intreccio tra sfiducia costruttiva e potere del Presidente del Consiglio di chiedere lo scioglimento delle Camere che, da una parte, attribuisce a quest’ultimo un improprio strumento di pressione e, dall’altra, ridimensiona il ruolo del Presidente della Repubblica. Aumenta oltre il giusto il potere del governo nel procedimento legislativo, ignorando del tutto l’ormai ineludibile rafforzamento delle leggi d’iniziativa popolare. Trascura la questione capitale dell’equilibrio tra i poteri.

Tutte questioni di cui bisogna discutere, e che nei contributi degli studiosi prima ricordati trovano ulteriori approfondimenti. Ricordando, però, anche un altro problema. Si continua a dire che le riforme attuate o in corso non toccano la prima parte della Costituzione, quella dei principi. Non è vero. Con la modifica dell’articolo 81, con la “rilettura” dell’articolo 41, con l’indebolimento della garanzia della legge derivante dal ridimensionamento del ruolo del Parlamento, sono proprio quei principi ad essere abbandonati o messi in discussione.

Letta a due piazze

14 luglio 2012 Lascia un commento

Dopo anni di relazione clandestina, Enrico Letta ha trovato il coraggio per un liberatorio coming out sul Corriere: “Preferisco che i voti vadano al Pdl piuttosto che disperdersi verso Grillo”. Finalmente, era ora: B. è meglio di Grillo perché Grillo propone di “non ripagare i debiti, uscire dall’euro e non dare cittadinanza ai bambini nati da immigrati in Italia”. E pazienza se Grillo, diversamente da B., non ha mai proposto di uscire dall’euro e di non ripagare i debiti: quanto allo “ius soli”, il centrosinistra è talmente favorevole che ha governato 8 anni su 18 e non ha mai fatto la legge. Ieri molti elettori del Pd sono insorti sul web come dinanzi a chissà quale gaffe o novità. Beata ingenuità. Sono 18 anni che sinistra e destra governano insieme, ovviamente sottobanco per non farsi beccare dai rispettivi elettori. Perciò Grillo e Di Pietro li terrorizzano: non fan parte del giro, non inciuciano, non sono trattabili né ricattabili né controllabili, insomma hanno il guinzaglio lungo.
Infatti il Letta minor sogna “un’alleanza guidata da Bersani con ai lati Casini e Vendola” e non esclude nemmeno la “grande coalizione” col Pdl anche se ora “non è l’opzione principale”. Una cosa è certa: “Non vorrei che si tornasse alla logica dell’antiberlusconismo e delle ammucchiate contro il Cavaliere”. Ecco, bravo. Le ammucchiate contro il Cavaliere no. Invece quelle col Cavaliere sì: infatti oggi il Pd è in maggioranza con B., per giunta in posizione gregaria. Ma chi si scandalizza non s’è accorto che la Grande Coalizione esiste almeno dal 1994, quando – rivelò Violante alla Camera – “abbiamo garantito all’on. Berlusconi e all’on. Letta (Gianni, ndr) che non avremmo toccato le tv”. Due anni dopo nacquela Bicamerale, che ufficialmente fallì nel ’98, in realtà non ha mai chiuso i battenti. Al di là del teatrino destra-sinistra per gabbare gli elettori, non c’è legge vergogna pro B. su tv e giustizia che Ds, Margherita e poi Pd non abbiano avallato o confermato o addirittura proposto e votato. Resta da capire se l’han fatto gratis o a pagamento. Nel 2006 Enrico Letta, vicepremier del secondo governo Prodi, si diede subito da fare: Gentiloni, ministro delle Comunicazioni, gli scrisse di cambiare le regole d’ingaggio all’Avvocatura dello Stato affinché smettesse di difendere la legge Gasparri alla Corte di Lussemburgo contro le giuste richieste di Europa7, come aveva fatto col governo Mediaset. Naturalmente Lettino lasciò tutto com’era e l’Avvocatura seguitò a difenderela Gasparri e Mediaset. Del resto lui aveva appena confessato di invidiare al Pdl “gente in gamba” come “zio Gianni e Tremonti”: non potendoli ingaggiare, pensò bene di imitarli. Così tornarono al potere. Nel 2009 B. aveva il solito problema: disfarsi dei suoi processi col “legittimo impedimento”. Scendiletta diede subito il via libera sul Pompiere: “Il Pd non opporrà obiezioni al ricorso al legittimo impedimento: consideriamo legittimo che, come ogni imputato, Berlusconi si difenda nel processo e dal processo”. All’espressione “come ogni imputato” c’è chi rischiò l’ipossia da risate. Altri sospettarono che si facesse scrivere i testi da zio Gianni. Ma era un’infame calunnia: zio Gianni è intelligente. Enrico invece è talmente astuto che ora è allarmato dal ritorno di B. perché “blocca la trasformazione del Pdl”. Quale? Ma naturalmente quella avviata dallo statista Alfano, “interlocutore affidabile e credibile” che stava trasformando il Pdl “da movimento carismatico a moderno partito conservatore europeo”, mentre ora “tornerà a essere il partito di Arcore”. Invece Angelino Jolie, com’è noto, con B. non parlava neppure, anzi manco lo conosceva. Altre risate da soffocare. Il fatto è che Scendiletta dice ciò che pensano quasi tutti i papaveri Pd, adusi a mercanteggiare con B. su tutto, anche sulla Costituzione. Con la differenza che gli altri sono più furbi e si limitano a farlo. Lui lo dice pure. Il che fa temere l’ipotesi più agghiacciante: che lui, per B., lavori gratis.

Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano 14 luglio 2012

Il debosciato tornerà

12 luglio 2012 Lascia un commento

Vorrei riderne, e di spunti ne avrei. Mi è bastato leggere, per esempio, che nel partito di soli quarantenni, che torna alle origini di forza italia, il vecchio debosciato sarà leader candidato a governare l’Italia sine die, immortale com’è. Vorrei riderne, e avrei motivo, leggendo che intende candidarsi dopo aver parlato con tutti i più importanti capi di stato esteri. Me lo immagino, lui e Topolanek con la minchia di fuori, e uno stuolo di donzelle (che se scrivo troiette le signore s’incazzano) tette al vento e gola profonda. Mi immagino i discorsi con l’amico Vlad: “Ehi Vlad, l’altra sera eravamo io, la culona inchiavabile e l’abbronzato americano che ha la moglie bona …”

Viene da ridere a leggere che secondo i suoi sondaggi, con lui candidato il partito tornerebbe al 30%, che è l’Italia che glielo chiede, e sempre le solite immani minchiate. Viene da ridere per la seriosità con la quale tutte queste idiozie son riportate dai giornali, poi però rifletto come sempre e come sempre mi dispiaccio, anche perché che sarebbe tornato – anzi che nemmeno sarebbe mai andato via – io lo scrissi già. Ma è anche vero che scripta non manent più; pure quell’epoca è finita, inghiottita dall’uso improprio che si fa di Internet, che mangia e digerisce le informazioni, senza lasciare il tempo che esse si metabolizzino.

Il 2012 si avvicina alla sua fine, e non è un’affermazione anzitempo. L’estate si mangia quel poco che è rimasto, fa scorrere il tempo nell’indolenza e nel silenzio. L’estate serve per rimandare a Settembre, ma anche a Ottobre visto che nemmeno le stagioni son più le stesse.

Il 2013 è già iniziato, così come è iniziata la riscossione dei crediti maturati. Passera – il ministro e non il parco giochi del debosciato – con un equilibrismo degno del più scaltro truffatore regala al padrone le frequenze per Mediaset, e lo stesso giorno, Monti – il professore sicario – dichiara che il suo padrone è stato fatto fuori con tutto ciò che di peggio sappiamo, di altre donzelle (sempre zoccole sono) e processi aggiustati. Iniziano a pagare il conto, ma temo siano solo le prime rate.

Ora è palese che quel dì, il tizio, non si fece da parte, ma semplicemente si scansò per evitare la pioggia. Ora è palese che chi ci governa non è un tecnico ma un boia mandato per ucciderci, ed è palese anche che il lavoro è stato fatto e che quindi, tutto, può riprendere esattamente da dove si era interrotto. Persino lo svuotamento delle parole – quelle che sono molto importanti – è andato a buon fine, e quindi io posso prepararmi all’attacco delle donne che mi rinfacceranno l’uso e l’abuso del turpiloquio, ma a nessuno verrà in mente di pensare alla favola che gli stanno per raccontare.

Come l’ultima di oggi, che narra di un paese che finalmente ha capito che non era giusto morire ammazzati dal lavoro. Il suo Presidente della Repubblica espresse vibrante soddisfazione dinnanzi ai numeri calanti di una strage infinita, e pure i sindacati sorrisero all’idea, che sempre meno, in Italia, il lavoro uccide.

E ci sto male a stroncare questa favola raccontandone un’altra: quella di un paese così tanto devastato che ormai non si moriva più di lavoro, che perché ci si uccideva per la disoccupazione.

Mi scuso, per questo scritto che può apparire sconclusionato. Lo volevo scrivere solo sconsolato.

Rita Pani (APOLIDE)

http://r-esistenza-settimanale.blogspot.it/2012/07/il-debosciato-tornera.html

Il sistema di satana

29 aprile 2012 Lascia un commento

“Oggi, sconfiggere il male è pura utopia. Il Sistema Liberista Relativista, lo ha adottato come punta di diamante della sua strategia e, in seguito, commercializzato su scala planetaria”

In passato, il Maligno, trovava conforto alle sue perversioni, insinuandosi subdolamente nella mente degli uomini e seducendoli con vane promesse di perversa felicità. Oggi, è padrone del loro cuore.
Non è una differenza da poco, ma direi che, in maniera netta, si pone come spartiacque fra il mondo contadino e la rivoluzione industriale, terreno di cultura del suo progetto mefistofelico. Ad un certo livello di malvagità e crudeltà, poi, corrispondono effetti più o meno devastanti. Nell’Apocalisse, raggiungono il loro apice, coronando il progetto demoniaco e, nello sterminio di ogni forma umana e umanoide, consacrano la sua vittoria.

Così, oggi, furbizia e raggiro hanno soppiantato l’impianto etico e l’intelligenza, e assimilate come pratiche relazionali quotidiane; ma non solo, come strumento lecito, fondamentale e irrinunciabile per la sopravvivenza del Sistema di Satana.
Nelle moderne società liberiste, l’illegalità è assurta a regola. Gli organi preposti a contrastarla, sono così marci e corrotti che, definirle civili, è un autentico contrasto logico. 
Il falso, è un fondamentale del relativismo demoniaco e fratello gemello dell’ossimoro; i due, insieme, sono capaci di innescare tali catastrofi, da fare impallidire il nazismo.
 Oggi, i non valori, commercializzati per poche lire su scala planetaria, hanno soppiantato gli autentici, dell’anima e dello spirito. La famosa torre di Babele, non è metafora dei nostri tempi, ma un dato di fatto, reale e globale.
 L’ossimoro, partorito in quantità industriale, è il germe malefico del relativismo.

Alcuni esempi di moderno ossimoro: certezza scientifica – progresso tecnologico – acqua privata – vita artificiale – nucleare pulito – società dei consumi – certezza scientifica – finanza etica – etica del capitalismo – cattolico divorziato – verità relativa – i ghiacciai perenni si stanno sciogliendo –
La nostra realtà è la sconcertante proiezione di un incubo – una degenerazione morale etica e spirituale, unica nella storia dell’uomo, i cui risultati, sono sotto gli occhi del mondo: la catastrofe ambientale e morale in primis. 
Quale forma di vita, devasta il proprio habitat, trasformandolo in una discarica tossica e maleodorante, e mari, fiumi, torrenti e sorgenti, in cloache infette? 
Abbiamo definito libertà, la licenza e anteposto la furbizia all’intelligenza. Ad una speciale schiavitù (risultato del processo di omologazione), abbiamo dato il nome di democrazia e, chiamato realtà, la contraffazione.
Il falso ha sostituito il vero e quando affermiamo “il progresso sta arrivando anche qui”, in realtà intendiamo dire che la distruzione e la morte sono ormai vicine.
La menzogna e la mistificazione dettano legge. La qualità è stata adulterata, e l’eccezione, omologata e massificata.
Non ci sono domande, nè perché, sulle cause di un di un tale scempio umano, nè attenuanti tese a giustificarne le responsabilità comuni. Tutto questo è opera del Maligno. Ogni capacità di giudizio obiettivo, è stata definitivamente rimossa o azzerata, tanto da non sapere più distinguere fra il giusto e l’iniquo, la verità e la menzogna e l’ambrosia dal veleno.
Quella che crediamo sia la nostra conoscenza (del tutto incapace di attingere ad una realtà oggettiva e assoluta), è la risultante di un relativismo demoniaco e perverso, le cui metastasi hanno irrimediabilmente compromesso ogni più remota possibilità di riscatto. Ogni nostro gesto e atto, sono filtrati dalla paura: un sentimento destabilizzante che condiziona i nostri comportamenti, le scelte e sentimenti.
Insicurezza, e una totale mancanza di autostima, sono l’inevitabile conseguenza della perdita dei necessari e oggettivi punti di riferimento che, un tempo, come spie luminose, regolavano i flussi delle nostre emozioni e impedivano ogni forma di degenerazione. Nessuna analisi, oggi, è in grado di soddisfare la ricerca, sui motivi e le cause di tanta aberrazione. Siamo disarmati di fronte all’impotenza delle nostre ragioni, e muti, per tanta umiliazione; rientri nei ranghi del quotidiano, rinunciando, per sempre, al diritto della verità e della comprensione delle cose.
I principi etici, regolatori e sentinelle dei comportamenti umani, sono stati rimossi per sempre e, vizio e paura, li hanno sostituiti. Il male, un tempo riconoscibile e collocabile, ha assunto le sembianze della normalità, espropriando lo spirito dell’uomo, privandolo, così, della consapevolezza, del discernimento e della dignità.
Ciò che la Chiesa definisce metaforicamente “il Diavolo”, in realtà non è il disegno malefico e perverso di un’entità astratta e soprannaturale che si contrappone ideologicamente alla bontà infinita e misericordiosa di un Dio creatore, ma é l’assenza del divino. Credere il male, il rovescio della medaglia del bene, è una puerile interpretazione.
Con la rimozione dei valori e dei principi etici, si scardina il progetto originario che, da parametro assoluto, si degrada in caos e relativismo. Le attenuanti che l’uomo moderno si accampa, sono tese a giustificarne i comportamenti deliranti, facendolo precipitare in una sorta di morboso narcisismo isterico e deresponsabilizzante, con l’intento illusorio di placare una lacerante paura e ansia esistenziale.
Oggi, sconfiggere il male è pura utopia. Il Sistema Liberista Relativista, lo ha adottato come punta di diamante della sua strategia e, in seguito, commercializzato su scala planetaria. Per questo motivo, ogni tentativo per localizzarlo e codificarlo é vano. Solo dalle ceneri del Sistema Liberista Relativista, il disegno originario si potrà ricomporre. 

Se l’uomo di quest’epoca nefasta, non sarà in grado di riconvertire la follia in ragione e la schiavitù in libertà, presto, il vortice del relativismo lo risucchierà dentro un vuoto senza fine, consegnando l’anima dei nostri figli nelle mani del Demonio.

Gianni Tirelli

Il giocoliere

29 aprile 2012 Lascia un commento

Torino, semaforo di largo Orbassano. Scatta il rosso e un giocoliere invade l’asfalto per dare spettacolo ai motorizzati in attesa. Purtroppo non è giornata: una clavetta cade a terra e anche il cappellino, invece di roteare diligentemente lungo la schiena, preferisce andarsene altrove. Lo sguardo avvilito, il giocoliere si piega a raccattare gli attrezzi del mestiere. Un uomo su una moto sta per allungargli la moneta d’ordinanza, ma lui sorride e scuote la testa. «No, grazie. Troppo errore», spiega in un italiano stentato. E anziché fare la questua fra le auto in coda, si rifugia sull’aiuola accanto al semaforo per esercitarsi.

Riassumendo: il giocoliere ha rinunciato al compenso perché ha ritenuto la propria prestazione inadeguata, era visibilmente imbarazzato per la figuraccia e invece di sedersi ad aspettare il rosso successivo, magari prendendosela con la sfortuna, ha preferito utilizzare quei pochi secondi di pausa per allenarsi. Ciascuno pensi al proprio ambiente di lavoro e faccia i paragoni che crede. A me basta dare un’occhiata allo specchio per avvertire, al confronto, un pizzico di disagio. L’amico che mi ha raccontato la storia (era l’uomo sulla moto) vorrebbe far ottenere al giocoliere di largo Orbassano la nomina a senatore a vita, con successiva e sollecita ascesa alla presidenza del Consiglio. Perché la sensazione – la sensazione del mio amico, s’intende – è che in momenti come quelli che stiamo vivendo non servano degli esperti, ma dei caratteri.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&ID_articolo=1167&ID_sezione=56

Uno sballo di democrazia!!!

25 aprile 2012 Lascia un commento

In democrazia, puoi decidere di suicidarti con la tua macchina, in compagnia di amici, dopo esserti sballato tutta la notte in discoteca, magari contro un muro, o giu da un viadotto, o ha tutta velocità dentro un fiume. Puoi scegliere, la democrazia è soprattutto libertà.
In democrazia puoi possedere uno, due, tre, cento telefonini e prenotarti un bel tumore al cervello per i prossimi anni.”Ancora non è stato provato!”

In democrazia puoi prendere a scarpate tuo figlio di pochi mesi, e giurare su Dio la tua innocenza.
Puoi stare tranquilla, arriva sempre un Taormina a tutelare le tue ragioni, e salvaguardare i tuoi diritti. Da qui, puoi cominciare la tua campagna promozionale, partecipando a tutte le trasmissioni televisive più coul, e ingaggiare una dura battaglia contro quel cornuto di giudice che sembrerebbe aver messo in discussione la tua versione dei fatti.
Più avanti ti proporranno, dietro un lauto compenso, come testimonial a un prodotto per bambini neonati, e tu accetterai. Non sei mica stupida tu!! “ Ti hanno ammazzato un figlio, ti dovrai pure rifare in qualche modo”? Siamo in democrazia, no!

In democrazia, se i soldi non ti mancano, puoi non pagare le tasse, che tanto nessuno ti verrà a cercare.
Se sei un pesce piccolo, insomma, il solito artigiano, il qualunque commerciante, quello stupido che ha deciso di aprire timidamente una piccola società, allora, in questo caso, sei un uomo morto.

In democrazia, tutti quei benefattori, che per la loro grande carica di umanità si sono prodigati nel creare posti di lavoro, hanno la possibilità e il diritto di inquinare, infettare, contaminare fiumi, laghi, mari, cielo e foreste e causare l’estinzione di centinaia e centinaia di specie animale, vegetale e umanoide.
Tutto questo con il bene placito delle istituzioni democratiche.

Le scorie ad altissima pericolosità, per la salute dei cittadini democratici, possono essere sparse liberamente in ogni dove, più consigliabili le zone del sud, dove i loro abitanti sono più simili alle bestie. “ANCORA NON E’ STATO PROVATO CHE QUESTE SCORIE SIANO PERICOLOSE PER LA SALUTE DELL’UOMO.”

Se qualche sprovveduto, volesse sollevare la questione a livello di opinione pubblica, si sa, una mano lava l’altra, e tutto sarebbe, in breve tempo, dimenticato e rimosso per sempre. Chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto! Scurdammuce o passato!!!

In democrazia puoi essere il peggiore dei commercianti, così bugiardo e cialtrone da oscurare la fama di Pinocchio, possedere varie televisioni private, tramite le quali dispensare sottocultura, pornografia, volgarità, pettegolezzo, ignoranza e propaganda e, nello stesso tempo, diventare presidente del Consiglio. Essere piccolo, calvo, e raccapricciante, non è di alcun peso e impedimento.
Puoi liberamente continuare ad intrattenere rapporti cordiali con gli amici di merende, ma non solo, puoi farli diventare parte del parlamento democratico, insieme agli altri compari già accasati.
Ti é inoltre data la possibilità (a tua discrezione), di rtagliarti leggi su misura, al fine di tutelare, consolidare, aumentare i tuoi personalissimi interessi e profitti.
La democrazia è prima di tutto libertà!

In democrazia tutto è possibile, come costruire una casa in riva al mare, o nel centro storico di una grande metropoli, o sopra un cocuzzolo dolomitico, o nei pressi di qualche tempio greco. Puoi dormire sonni tranquilli, c’è la democrazia che veglia su di te.” Dormi angelo mio, una mattina ti sveglierai e, come per incantamento, tutto sarà risolto!”

Nella moderna democrazia tecnologica puoi fare una TAC e beccarti un tumore, una colonoscopia e beccarti una epatite C, una antitetanica e beccarti l’AIDS, una qualsiasi cosa e beccarti qualcosa che non avevi. La democrazia tecnologica lascia il segno e i cittadini democratici ringraziano.

Nella democrazia dei consumi, qualsiasi cosa tu ingurgiti, solida o liquida che sia, prima, o poi ti sviluppa un tumore. In ogni alimento cova la potenzialità di un tumore. Anche l’acqua democratica dei nostri acquedotti è a base cancerogena, e l’aria che giornalmente respiriamo, le varie vernici, pitture in genere, i liquidi dei freni, dell’idroguida, le radiazioni dei computer, dei cellulari, gli infiniti sciampo, i balsami, creme e cremine in genere, le tinture, coloranti, conservanti, dolcificanti,….metalli pesanti, i cementi, le calci, tutti quegli infiniti prodotti per la igiene della casa, ecc..ecc, tutto e dico, tutto, è cancerogeno. Ogni cittadino democratico ha il suo cancro personalizzato. Questa è la strategia democratica su cui si basa il nostro “libero mercato.”

Democrazia è anche ordine e rispetto delle regole vigenti.
Obblighi e divieti sono alla base di un civile vivere democratico.
Multe e sanzioni, fioccano come se piovesse. E’ una delle forme di sopravvivenza del Sistema democratico, e se non paghi a tempo debito, sono mazzate. Democrazia è anche etica!

In democrazia, è importante mentire, sempre, e la televisione è la pacchia dei bugiardi.
Puoi mentire sui sondaggi, sui dati economici e attraverso la propaganda per l’acquisto di prodotti di ogni genere, sulla loro qualità e i loro componenti. Puoi tranquillamente dire che il tuo panettone è stato realizzato come cento anni fa, e che fa ricrescere i capelli, che nessuno mai si prenderà la briga di contestare ciò che tu sostieni. “NON E’ ANCORA STATO PROVATO”!!
In democrazia, se rivesti una carica politica, non devi mai essere troppo chiaro ed esplicito: ognuno, e secondo i suoi interessi, interpreterà a suo modo. Perché in democrazia, tutto è possibile: il bianco può essere nero e viceversa.
In democrazia, puoi promettere ogni cosa e subito dopo rimangiarti tutto. Puoi sempre dare la colpa ai tuoi avversari. E’ un classico, una strategia democratica consolidata. Molti ti crederanno, gli altri se ne dimenticheranno presto. Quale libertà, più libertà di questa?
Nel mercato libero democratico, ognuno decide il prezzo della propria mercanzia e, tutti, si adeguano al prezzo più alto. La democrazia è furba, scaltra, pragmatica e non torna mai, sui propri passi. Sempre più su, sempre più su… Non c’è limite ad una tale libertà!
In democrazia puoi essere cattolico e nello stesso tempo ladro, razzista e xenofobo, divorziato, moralista e pedofilo. Puoi avere idee da conservatore, e perché no, essere abortista, puttaniere e bugiardo. Puoi spargere i veleni tossici della tua fabbrichetta nel fossato attiguo alla stessa e, la sera, declamare ai tuoi figli, il sommo inno alla natura, unica vera ragione della tua vita. La fabbrica dirai, l’ho fatta per voi, con sacrifici e privazioni. “Bravo, bravo davvero, una vera lezione di democrazia moderna!” Domenica prossima, una sana confessione, ristabilirà un perfetto equilibrio nella tua coscienza, dissolvendo ogni dubbio.
E’ noto a tutti, cittadini democratici e democrazia, che i fiumi e torrenti sono di pertinenza delle fabbriche. Dove mai dovrebbero scaricare i loro rifiuti? Qualcuno saprebbe dirmi dove? Sulla luna? O dentro la bocca di un vulcano? O nei pressi delle nostre abitazioni?
L’idea dei fiumi, la trovo la soluzione più intelligente, più democratica e, a maggior ragione, se il corso d’acqua passa proprio da quelle parti.
O dovremmo forse chiudere le fabbriche che sfornano posti di lavoro, benessere, e producono ogni ben di dio per soddisfare i nostri più reconditi bisogni e desideri? Chi mai vorrebbe questo? Quale stupido patentato?
La democrazia è pragmatismo. La democrazia é libertà.

In democrazia puoi finalmente essere te stesso, anche se non sai chi sei, come sei, e se ci sei.
La democrazia è come il mistero della santissima trinità: è la fede che conta, e noi ci crediamo. In democrazia, il concetto di “buon senso”, è una circostanza relativa. Dipende da quanti soldi riesci a farci. Se hai veramente buon senso, i soldi non ti mancheranno e altri non tarderanno ad arrivare.
Qualcuno, potrebbe azzardare una domanda curiosa: ”Chi perde in democrazia?”
La risposta è semplice e scontata: ”In democrazia perde chi non vince, e chi non vince non è democratico:”
In democrazia ti può sorgere il dubbio che qualcosa non vada per il verso giusto! Ad esempio, tuo figlio tredicenne e alcuni suoi amichetti, sono morti per essersi beccati un cancro giocando ai limiti di una discarica abusiva dove, anche tu, più volte, hai scaricato le scorie di amianto dei tuoi vecchi capannoni.” Certo, é un dolore comprensibile, ma non essere stupido!! Non sarai anche tu come quei quattro sciancati di ambientalisti? Lo sai bene, “NON E’ ANCORA STATO PROVATO”!!! E poi, pensa a quanti posti di lavoro hai creato! E quanti ancora. O credi nella democrazia, o non ci credi!!
La democrazia è una mamma. Ti indica il modo giusto di vivere: cosa mangiare, cosa, bere, cosa fare, come curarti, come impiegare il tuo tempo libero, come viaggiare, come dormire, cagare, ruttare, come vestirti, come allevare tuo figlio, come investire i tuoi soldi; decide il tuo futuro.
La mamma ti consiglia di fare il calciatore, il conduttore, la velina, la fotomodella, la escort, il manager, il presidente del consiglio, o nella più ovvia delle ipotesi, il direttore di banca. La democrazia pensa in grande, perché tu sei grande; tu vali, voi valete, essi valgono! La democrazia, coniuga!!
Tu, espressione delle moderne democrazie, non sai nulla, e non sai fare nulla. La tua esperienza con le cose, è pari a zero. Non hai tempo per questi pensieri, hai altro a cui pensare. Ci pensa la mamma e, la mamma, è la tua democrazia. Tu devi solo pagare, rateizzare, mutuare e lavorare in tutta libertà.
In democrazia, già da adolescente, puoi fare uso di alcool, di droghe sintetiche psicofarmaci e amburgher.
Le violenze e gli stupri (in una democrazia partecipata come la nostra), sono all’ordine del giorno, e la prostituzione, grazie a Dio, è in aumento. Le morti sulle strade e autostrade democratiche sono circa ottomila l’anno e tutte con la cintura di sicurezza. I suicidi aumentano in maniera esponenziale e così la depressione, l’ansia, le crisi di panico, la schizofrenia, l’epilessia e turbe di ogni tipo. Tutto ciò, muove denaro, crea lavoro, occupazione e fa schizzare il PIL ai massimi livelli. Io stesso, a volte, imbratto il suolo pubblico con ogni genere di schifezze, per incrementare i posti di lavoro nella nettezza urbana.
E poi, in democrazia, puoi navigare su internet, approdare in uno degli infiniti atolli hard messi a disposizione dal Sistema. E ‘ troppo fico potersi tranquillamente masturbare, con tutto quel ben di Dio a disposizione!!
Se poi sei pedofilo, hai solo l’imbarazzo della scelta. Puoi avere ha disposizione tutto ciò che di più perverso tu possa desiderare. Es. una bambina di pochi anni che viene violentata, stuprata e tagliuzzata a morte. Fico, vero? Ma queste sono quisquilie! Se tuo figlio ha un problema grave ad un qualsiasi organo vitale, lo puoi ordinare via internet. Seduta stante, verrà rapito un bambino – non democratico – in qualche parte del terzo mondo. Gli espianteranno l’organo desiderato (ovviamente da vivo), poi lo ammazzeranno e alla fine scomparirà, per sempre, in qualche discarica. Troppo fico!!
Non c’è problema, in democrazia non c’è mai problema! Basta pagare!
Ti vedo, pensieroso! Stavi forse pensando alla mamma di quel bambino del terzo mondo? Non fare il buonista, non si può avere tutto! Senza la democrazia, tuo figlio rischia di morire!
Se sei razzista, xenofobo, e il tuo odio verso il diverso è incontenibile, minchia!!!, c’è di tutto, di più; trovi amici in tutte le più moderne democrazie occidentali.
Se sei un terrorista, è una pacchia vera: una libidine. Desideri acquistare qualche virus letale? Detto fatto, qualche ordigno nucleare? Voilà!! Qualsiasi cosa tu desideri, la Rete te la da. Chiaro, la merce va pagata. Non puoi avere la botte piena e la moglie ubriaca!
La democrazia è impagabile e se fossimo in grado di esportarla, faremmo un botto. Qualcuno ci sta già lavorando!
In democrazia, ricercatori e scienziati in genere, sono totalmente al servizio delle multinazionali e dei loro astronomici interessi, e niente li può fare recedere. Uomini tutti d’un pezzo, questi cervelloni!!
In democrazia, tutte le medicine che acquisti in farmacia, non servono a nulla. Si, tu le paghi, pensando di essere ammalato, ma in verità, non hai niente, capisci, niente. E’ tutta una storia psicosomatica, una paranoia, insomma, un cazzo! Questo è il bello della democrazia, non ti da niente perché tu non hai un cazzo, capisci? Fico, sempre più fico!
In democrazia non esiste più la palla dei valori, dei principi, degli ideali, dell’etica, della morale e via dicendo. No, basta con queste litanie. Che minchia sono? Oggi, nelle democrazie moderne abbiamo il RELATIVISMO; il massimo!! Dopo non c’è più nulla – il Sommo Nulla! E’ lui la sola libertà.
Noi possiamo fare tutto, niente escluso. Possiamo dichiarare guerra a chi vogliamo in cambio della nostra democrazia, fare schiattare di cancro il mondo, fare terra bruciata di animali, fiumi, mari, oceani, foreste, sconvolgere l’ambiente a tal punto, che tutto sembrerà una giostra impazzita, perché noi ci crediamo davvero in questa democrazia. Tutto è uno sballo!! I democratici, quelli veri, ci credono. La nostra bandiera è la menzogna ad oltranza, una sensazione di liberazione, una sorta di estasi che non ha pari con nessuna altra emozione.
La democrazia è un atto terroristico, condiviso, partecipato e liberatorio.
In democrazia puoi uccidere liberamente, perché democrazia vuol dire libertà.
Ma per comprendere meglio l’originale e stravagante personalità della “democrazia”,
e il suo assoluto spirito di libertà, vorrei portare alcuni esempi che, secondo il mio parere, sono emblematici.

I danni prodotti dal fumo, sono noti a tutti; cittadini democratici e democrazia.
Il trattamento industriale dei tabacchi e la loro conciatura per mezzo di sostanze tossiche, moltiplica per cento la loro pericolosità.
Come si comporta in questo caso, la democrazia, quali misure adotta?
Ne vieta la vendita? No!
Migliora la qualità dei tabacchi, trattandoli biologicamente e, per le sigarette, usa un tipo particolare di carta, riducendo così al minimo i rischi di malattie legate al loro consumo? No! La democrazia va oltre. Non sopporta l’ovvietà. La democrazia ti meraviglia, e nessuno al mondo può dire che non sia vero.
No, la democrazia si spinge ben più in la: aumenta periodicamente e in maniera metodica il costo dei tabacchi e, colpo di genio, stampa sulla confezione degli stessi, a caratteri cubitali, una dicitura del tipo;” il tabacco uccide; il tabacco procura il cancro, ti rovina la pelle, ti fa schiattare di infarto, ti ammoscia l’uccello, ti fa bruciare il culo, il fumo ti gonfia i coglioni, e quando esploderanno, saranno cazzi tuoi:”
La democrazia è fantasia, la più sconvolgente e, nel potere, trova la sua naturale collocazione.

La nostra, nelle moderne democrazie, è la società della menzogna, della finzione e della paura. E’ quanto di più perverso la mente umana potesse partorire.
Ogni uomo di buon senso e con i piedi per terra, è cosciente della sciagura che volteggia sopra le nostre teste.
Abbiamo edificato l’inferno dentro il nostro cuore, patteggiando con il diavolo la nostra anima. Oggi, è completamente nelle sue mani.

Gianni Tirelli

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani.

25 aprile 2012 Lascia un commento

Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Antonio Gramsci

Fine di un troglodita

7 aprile 2012 Lascia un commento

Finalmente esce di scena, travolto dagli scandali, uno dei tribuni del popolo più rozzi e imbarazzanti che abbia mai avuto il nostro paese, che pure ci ha fatto ripetutamente vergognare per la levatura personale, morale e politica della sua classe dirigente.

Umberto Bossi ha incarnato per venticinque anni l’anima più rudimentale, ignorante e becera dell’italiano medio. E la Lega Nord ha rappresentato gli interessi più provinciali, conservatori e qualunquisti di una piccola (anzi, piccolissima) borghesia, degnamente rappresentata dal suo indegno leader.

Quello che molti indicavano come un “politico finissimo” era ed è, in realtà, soltanto una persona sgradevole e volgare, i cui unici argomenti dialettici non andavano oltre il dito medio continuamente alzato verso l’interlocutore, e il vaffanculo continuamente biascicato come un mantra.

Il cosidetto “programma politico” della Lega, d’altronde, era all’altezza di questa bassezza, e si limitava al protezionismo nei confronti dei piccoli commercianti e dei piccoli coltivatori e allevatori diretti, condito da anacronistici proclami per la secessione e l’indipendenza di una fantomatica Padania.

Le patetiche cerimonie a Pontida, e le ridicole simbologie solari o guerriere, rimarranno nella storia del kitsch, a perenne ricordo delle camicie verdi: versione di fine secolo delle camicie nere o brune della prima metà del Novecento, e ad esse accomunate dall’ottuso odio razziale e xenofobo.

Che un movimento e un leader di tal fatta abbiano potuto raccogliere i consensi di una parte consistente della popolazione del Nord Italia, era ed è un’ironica smentita della sua supposta superiorità nei confronti di “Roma ladrona” e del “Sud retrogrado”, oltre che una testimonianza significativa del suo imbarbarimento.

Come se non gli fossero bastati luogotenenti quali Borghezio, Calderoli o Castelli, negli ultimi tempi Bossi aveva lanciato e imposto in politica il proprio figlio degenere. E’ un degno contrappasso, il fatto che proprio le malefatte del rampollo abbiano contribuito alla caduta del genitore. E, speriamo, anche del suo movimento.

Padre e figlio possono ringraziare la fortuna che li ha fatti nascere in Italia, e non in Iraq o in Libia, anche se entrambi hanno contribuito a far regredire il nostro paese al livello di quelli. Non li vedremo dunque trascinati nella polvere, e giustiziati sommariamente: ci acconteremo, o accontenteremmo, di vederli sparire con ignominia dalla politica e dalle nostre vite. Anche se le grida di “tieni duro” da parte dei loro sostenitori ci fanno temere parecchio al riguardo.

Fonte:  il non-senso della vita

Il lavoro brucia e Monti che fa?

3 aprile 2012 1 commento

Nessuno paga nessuno. È un ordine, un disordine o un errore clamoroso? I fornitori non vengono pagati dallo Stato, le aziende non pagano le aziende, tutte le ragioni, legittime o illegittime, necessarie o illegali, sono buone per non pagare i lavoratori. Molte persone, garantite fino a un momento fa da un buon sistema pubblico di previdenza, che non risulta abolito, restano senza lavoro e senza pensione, in un limbo che dà le vertigini. E porta brutti consigli, come in un incubo. Compare un fenomeno già conosciuto nel mondo industriale avanzato, ma ignoto finora in Italia, il suicidio da lavoro. È un buco nero nel quale scivolano soprattutto coloro che avevano trasformato un piccolo lavoro in una piccola impresa, e per un po’ avevano creduto di avercela fatta. Al bordo del coma o della bara si vedono famiglie vere, mogli-compagne, figli travolti, come se tutti fossero saltati su una mina.

Non avevamo calcolato, nel dare il benvenuto a un dignitoso “dopo Berlusconi”, che interi campi minati erano stati lasciati da due decenni di diretta o indiretta egemonia di tre governi berlusconiani corrotti e inetti e per giunta molto attivi come guastatori della Repubblica. E non avevamo previsto, perché anche il legittimo senso di festa fa i suoi danni, il tracciato inedito e sorprendente della nuova ferrovia Monti-Fornero. Corre parallela al Paese, ma non dentro il Paese. La sua locomotiva lancia fischi lontani che non segnalano nulla a noi. Sono fischi del treno per chi sta sul treno. I cittadini sanno (pensano) che il treno venga da altrove e vada altrove. A noi lascia solo il rumore del pesante passaggio. Dopo un po’, però, notano delle coincidenze inquietanti. A ogni fischio (o annuncio) segue la perdita di qualcosa, un po’ di pensione o tutta la pensione, un po’ di lavoro o tutto il lavoro, un po ‘ di sicurezza, o tutta la sicurezza. Sacrifici strani (perché totalmente imprevisti) in cambio di niente, o questa è la percezione. La percezione conta. È così forte che alcuni decidono addirittura di farla finita. Ma bisogna stare attenti al grado di disperazione che si cova. I “tecnici” sembrano non avere calcolato che, fra malintesi e vuoto di contatti, cittadini e partiti politici restano legati tra loro dal continuare a risiedere sullo stesso luogo, dunque sono vicini, persino quando i rapporti si fanno conflittuali. In altre parole, sai sempre dove andare per farti sentire, o per rovesciare il tavolo. Invece i “tecnici” non li trova nessuno, perché non sono di questa terra (nel senso di terra della politica e della protesta). Magari è vero che, nel loro breve passaggio riusciranno a riparare qualcuno dei danni spaventosi provocati alla Repubblica dai suoi precedenti governanti e relativa, incosciente maggioranza. Ma persino in questo caso fortunato, nel quale intensamente continuiamo a sperare, è impossibile non vedere alcuni fatti che sono, o sembrano a molti di noi, e a molti cittadini, errori strani, come quando Monti dice: “Noi godiamo di consenso, i partiti no”. La frase è come una formula magica, e lo ha già sperimentato il predecessore, che spiace persino ricordare. Nell’istante in cui dici che sei il preferito, rompi l’incanto (se c’è), e smetti di esserlo.

Ma pesa anche l’infelice idea di impegnare tutto il peso di un governo così nuovo, sulla cosiddetta “riforma del lavoro”, dunque gettandosi tutti insieme, con forza (governo, padronato, vecchia maggioranza letale, destra economica, commentatori opportunisti) sul lato debole (il lavoro) della precaria vita industriale italiana. Si è preferito – senza spiegare – il vecchio percorso di punire il lavoro, restringendo il più possibile (come se fossero la causa della gravissima crisi finanziaria che il mondo industriale sta attraversando), alcune garanzie importanti per i lavoratori, conquistate faticosamente attraverso i decenni. Si è giunti a un punto di superstiziosa repulsione verso l’articolo 18 facendone una sorta di Eluana Englaro della “riforma del lavoro”. Tutto ciò nel Paese che avrebbe urgente necessità di una riforma dell’impresa, dal diritto al credito al dovere di trasparenza di ogni decisione (esempio: delocalizzazione e improvvise chiusure di fabbriche) che tocca la comunità in cui vive, e di cui vive, l’impresa. Il percorso si complica con un’altra frase inadatta a stabilire un contatto con i cittadini: “Se il Paese non è pronto…” segue la minaccia che è ingiusta. Colpisce la fatica, il malessere ma anche l’incomprensione. Poiché l’incomprensione è reciproca, tocca alla parte forte dire, con cautela e pazienza, prima che le ondate di suicidio si espandano: “Forse non mi sono spiegato”. Posso proporlo ai professori? Posso chiedere loro di spiegare bene, anche a se stessi, ciò che stanno facendo e che intendono fare?

Il Fatto Quotidiano

Gran giorno nel pollaio

13 novembre 2011 1 commento

Quest’uomo vecchio, quest’uomo stanco.
Quest’uomo che sta dall’altra parte del mondo, col prevedibile mal di testa da jet-lag, che torna in albergo e si mette a scanalare sul satellite finché non trova Annozero, e ci trova gli ex amici che parlano di lui come una cosa finita, un cadavere da spolpare con calma; e sullo sfondo, il dettaglio delle sue rughe in technicolor.
Quest’uomo solo, circondato da lacchè che non hanno nulla di buono da suggerirgli, ma gli ostruiscono la visione; quest’uomo in preda alle sue più triviali ossessioni. Quest’uomo al capolinea.
Quest’uomo.
Questo rivince le elezioni quando vuole.

Volete rifarle domani? Le rivince domani.
Volete aspettare sei mesi? Aspetta anche lui, si rilassa un po’, si sfoga. E tra sei mesi le rivince.
Allora magari tra un anno? L’Italia può aspettare un anno?
Se è per questo è da quindici anni che aspetta. Quest’uomo è sempre lì, non molla.
Dite che mi sbaglio? Ma davvero, ci spero, sarei così contento di sbagliarmi. Di non aver capito niente. Lo scriverò su tutti i muri dell’internet, sono Leonardo e non capisco niente, non leggete i miei blogs e sputatemi addosso.

Dite che non mi fido degli italiani? Il solito snob che li ritiene una massa di… guardate, non lo so. Mi attengo ai fatti: gli italiani sono più o meno gli stessi e lui di solito vince; anche quando perde, perde di misura, prende fiato e poi rivince di nuovo. L’unica cosa che in politica gli riesce sono le campagne elettorali. Di sicuro i mezzi non gli mancano. Sembra un po’ più stanco, ma nei manifesti non si vedrà.

Lo so che in questi giorni c’è il gioco a smarcarsi, che persino Feltri non ne può più, e anche la mascella di Belpietro è in fase calante. Poi però comincia la campagna e si scoprirà che i candidati del Pd sono tutti noti omosessuali attenzionati. È uno sporco lavoro, ma pagano bene.

Lo so che ultimamente è partito il tiro al piccione. Ma la campagna è lunga, e si vince in tv, sui giornali, mettiamoci anche youtube e facebook, giusto per stare larghi. In ogni caso, Berlusconi continua a possedere tre canali; sugli altri ha disseminato uomini di fiducia. Se pensate di batterlo senza neanche (diciamo la parola) epurare Minzolini, ecco, state commettendo il solito fatale errore di sottovalutazione. In campagna elettorale i tg servono. E non per il numero di minuti che danno a un candidato all’altro.

Abbiamo già visto cosa succede. Preparatevi a una nuova travolgente ondata di microcriminalità, tutte le sere verso le 20:00 uno tsunami di stupratori seriali, torvi muratori rumeni, svaligiatori di appartamenti di vecchiette, zingari che rubano gli organi ai bambini, pericolosissimi lavatori di parabrezza ai semafori. Sono al confine che aspettano che vinca la sinistra e apra i cancelli alle orde di Og e Magog. La prima settimana vi sembrerà strano. Dopo un mese non ne potrete più. Dopo tre mesi comincerete a pensare che sì, Berlusconi esagera, però la sinistra ha veramente qualcosa da rimproverarsi per quella legge troppo lassista, come si chiama… la Bossi-Fini, già. E la mafia? Berlusconi li aveva fatti tutti arrestare, ma adesso rialzano il capo! A Caltanissetta è andata a fuoco una tabaccheria. E i rifiuti? Berlusconi li aveva tolti da Napoli, ma sono rispuntati, è andata la Jervolino in persona a riprenderli dalle discariche per rimetterli nei vichi.

Dite che gli italiani non ci cascano più? E perché? Sul serio, cosa cambia stavolta?
Perché lo hanno già visto promettere e non mantenere? Ma non è colpa sua, lo sanno tutti che lui avrebbe cambiato l’Italia da un pezzo se non fosse stato bloccato dai suoi falsi amici, quei traditori, quinte colonne della sinistra, Casini Fini e compagnia. Stavolta c’è solo lui. Riempirà il parlamento di bambole gonfiabili e ci farà riscrivere la costituzione.

Perché non dovrebbe succedere? Vogliamo guardare realisticamente alle forze in campo? Nessuno discute l’inettitudine di Berlusconi a governare. Ma nessuno si è permesso di togliergli quella straordinaria corazzata mediatica che non ha smesso un attimo di funzionare. Se poi non volete nemmeno cambiare la legge elettorale che si è disegnato su misura… vabbe’, allora ditelo, che sconfiggerlo non è nemmeno la vostra priorità.

Prendi Matteo Renzi. Voglio immaginare che abbia idee cento volte più fresche di quelle che aveva Veltroni tre anni fa. Ma la sua fretta di concludere è veltroniana al 100%. Dai che ce la facciamo, e se poi non ce la facciamo? Pazienza, probabilmente la sinistra che uscirà dalle elezioni sarà ancora minoritaria… ma un po’ più simile a noi. Questa è esattamente la trappola in cui cadde Veltroni. Dopo aver fatto fuori la sinistra, sperava almeno di essersi guadagnato il ruolo di capo dell’opposizione, primo ministro ombra. Si è fatto cucinare a fuoco lento. Berlusconi è così. Ti attira con l’immagine del vecchietto ormai sfibrato, ti fa lavorare per lui, ti stanca e poi ti mangia vivo. E quindi che si fa?

Si cambiano le regole. Sul serio, bisogna essere polli per continuare a giocare contro Berlusconi con un regolamento che si è fatto scrivere lui.
Tutto qui? È sufficiente cambiare la legge elettorale? No. Anzi, è il momento di fare il passo più difficile. Berlusconi non è semplicemente inadeguato a governare. Berlusconi è una minaccia per la democrazia. Le sue tv, i suoi giornali, i suoi uomini, impediscono agli italiani di scegliere serenamente i loro rappresentanti e il loro futuro.

Ieri ad Anno Zero Bocchino si comportava in un modo strano.
Continuava a prospettare un futuro parlamento in mano a “Piersilvio e Marina”. Lo avrà ripetuto cinque o sei volte, con l’insistenza di un ipnotizzatore. Voleva raggiungerci su un piano subconscio. O più semplicemente ci sospetta tutti rintronati e vuole insistere sul concetto. Perché sembrano sempre due ragazzini, Piersilvio e Marina. Ma è un bel pezzo che il primo ha in mano almeno metà della tv italiana; l’altra, la prima casa editrice. Ora, perché due signori molto potenti e facoltosi dovrebbero gettare la spugna? Perché il papà è vecchio e stanco? Ma Mediaset non è Silvio Berlusconi. È un’azienda, e le aziende lottano per sopravvivere. Mediaset potrebbe trovare un modus vivendi con una nuova Italia deberlusconizzata? Potrebbe sopravvivere alla fine di quel regime straordinario che da Craxi in poi le ha garantito di infischiarsi di tutte le regole più elementari di un regime di concorrenza? Forse sì, ma è un rischio che la famiglia Berlusconi vuole davvero correre? Hanno in mano i comandi della corazzata: devono arrendersi senza lottare? Non è il loro stile. Se il papà è stanco, troveranno un nuovo candidato, dentro la famiglia o fuori. Il berlusconismo non finisce con Silvio Berlusconi, perché dovrebbe?

Il berlusconismo secondo me non può che finire con un atto di forza. In un momento di difficoltà, come per esempio questo, tutti gli avversari politici di SB dovranno accettare una semplice idea, che fa ancora molta fatica a passare: che Berlusconi è un criminale, che ha truffato gli italiani per vent’anni, e che i criminali non si sconfiggono alle elezioni. Non partecipano nemmeno. I criminali si arrestano, e i beni che hanno alienato alla collettività si sequestrano. In ogni caso le prigioni italiane scoppiano e nessuno ha veramente voglia di vederci entrare un vecchietto, per quanto arzillo. Che patteggi, che se ne fugga in qualche isola ai Caraibi con una parte del bottino. Questo non è difficile da concepire. Il problema è la famiglia. Può accettare che la festa è finita, o può mettere i sacchi di sabbia alle finestre. Conoscendo il padre, io mi preparo al peggio. Saranno comunque tempi interessanti.

Certe favole esistono in tutte le nazioni; certe altre soltanto in Germania, o in Russia, o nella favolosa fantasia di Andersen. Ma io ne so una che è nata in Italia, e che forse né tedeschi né russi né Andersen avrebbero potuto immaginare: la favola delle galline che trovano una volpe morta e le fanno il funerale. Nel culmine della cerimonia, circondata dall’affetto dei pietosi pennuti, la volpe si rialza e ne fa strage. La notizia fa il giro dei pollai; ma qualche tempo la stessa volpe si fa ritrovare morta, e le galline che la trovano che ne fanno? Le rifanno il funerale. E così all’infinito. Direte che chi l’ha scritta non amava gli italiani. No: voleva soltanto che leggessero, che ridessero delle galline, e che da grandi si ricordassero, al momento giusto, di essere più intelligenti. Qualsiasi momento, da quindici anni in qua, sarebbe andato bene.

- Leonardo Tondelli -